un amico carcerato ci scrive

 

 

Un “amico carcerato al don Bosco” vuol condividere la sua storia…

 

La forza del perdono

Sono nato nel 1953, in un piccolo paese ai piedi dell’Etna, nel 1963, assieme ai miei due fratelli piccoli e i miei genitori, emigrammo verso il nord Italia in cerca di lavoro. Ricordo quei vagoni gremiti di sudore, soffocava l’aria oltre l’inverosimile. Tanti uomini del sud arrivavano al nord, arresi alla circostanza del pregiudizio, del razzismo che si avvertiva su ogni volto del cittadino e questo mi faceva soffrire molto. Mi sentivo diverso, rifiutato, così come altri miei coetanei, tutti figli del profondo sud, figli di un Dio minore. Andai in carcere la prima volta a 19 anni poi persi il conto. Nel 1973, avevamo iniziato a bucarci di eroina, all’inizio eravamo euforici, felici in realtà stavamo svendendo la nostra gioventù. Nel 1983 mi trovai ad espiare un cumulo di pena di 19 anni, una condanna che cancella ogni forma di vita in un essere umano, la libertà era per me un miraggio, come l’acqua nel deserto, sentivo l’asportazione di un terzo della mia vita, vivendo in quattro mura di un loculo chiamato cella, in uno dei tanti cimiteri dei vivi chiamato carcere. I sensi di colpa per il male fatto a me, ai miei cari, al mio prossimo mi torturavano l’anima mi sentivo una bestia. Nell’estate del 1998 detenuto nel super carcere di Prato, decisi di togliermi la vita, avrei aspettato la mezzanotte, che la guardia passasse per l’ultimo controllo dei prigionieri e poi… sgabello e lenzuolo a cappio. Quella notte, non avevo voglia di vedere la televisione e non avevo niente da leggere, le ore non passavano mai, poi mi ricordai di quel piccolo Vangelo tascabile che il carcere di Prato regala ad ogni detenuto. La mia mano involontariamente prese il libretto, l’aprì a caso e iniziai a leggere: Vangelo Luca 15,11. “Un uomo aveva due figli… ho peccato contro il cielo e dinnanzi a Te… non sono degno di essere chiamato tuo figlio…” Mi trovai in ginocchio, piangevo lacrime amare, salate, bagnavano il mio viso e le sconfitte della mia vita, esclamai a bassa voce: “Mio Signore e mio Dio potrai perdonarmi…”. L’alba mi sorprese in preghiera

 

G. M.

 

Continuano i “racconti di vita” del nostro “amico carcerato al don Bosco” ...
APRO LA LETTERA COME
Un BIMBO...
Apro la lettera come un bimbo su un cesto di caramelle: è la mia compagna che mi scrive, a parte
"c'è una lettera di mio figlio sedicenne. Mia moglie va prima sul dolce: "quando vieni a casa? Mi manchi, ricor-
dati di fare il bravo e anche quando sei a casa, non violare più la legge, la libertà persa non ritorna, pensa a noi",
e così via. Poi passa ai problemi di casa: "quando vieni in permesso e 'è la doccia da riparare, da aggiustare l'av-
volgibile e tanti piccoli lavoretti che a chiamare un operaio ci vuole una tombola". Infine tocca a mio figlio:
quando ne combina una è solo mio figlio, quando fa una cosa positiva e bella allora è suo figlio. Queste madri,
queste splendide madri tutte uguali!
La lettera di mio figlio, due tre righe: "pà quando vieni a casa? La mamma rompe, non la reggo; lo sai pà, la mia
fidanzata ti vuole conoscere, non ha mai conosciuto un galeotto, e anche se non ti conosce gli sei simpatico " e
così via... (spero stia attento a non farmi diventare nonno sic...). Finita la lettera il solito lacrimone rimane na-
scosto nelle pieghe del mio cuore; chiudo con cura la lettera, la metto assieme alle altre e sono felice di essere in-
felice: nonostante tutto la vita è bella, avrei voglia di urlare dalla finestra la mia gioia di essere vivo, ma mi trat-
tengo, non si sa mai, un rapporto disciplinare e addio permessi; l'urlo di gioia lo faccio dentro di me: uffa ma il
prossimo permesso quando arriva?... "Felix
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IL MIO POVERO CUORE
Passeggiavo nel cortile
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del carcere don Bosco di Pisa, quella tarda mattina di
fine maggio 2016.
Discutevo con un compagno di prigione sul tema "indulto sì, oppure no".
All'improvviso una fitta atroce al centro del torace, il tempo di dire: "Agente,
sto male, mi manca l'aria".
In un attimo ero nell'infermeria del carcere, un'ora dopo dentro un'autoambulanza a sirene spiegate verso l'O-
spedale Cisanello di Pisa, avevo udito dai dottori che ero sotto infarto.
Seguirono prelievi, accertamenti a non finire.
Una mano femminile mi mise un po' di gel sul torace e passò successivamente un oggetto che permetteva di
proiettare l'immagine del muscolo sul monitor a fianco a me. Per la prima volta in 63 anni lo vidi, il mio cuore,
e sentivo i suoi battiti. Ipnotizzato, non toglievo lo sguardo dallo schermo, da lui.
Mi aveva accompagnato alla vita, ai primi passi, alla mia adolescenza, al primo bacio, alle intemperie della vita e
ai momenti lieti. Passavano gli anni ma lui sempre vigile, con il suo "tum...tum...tum...".
Insieme avevamo superato gli anni bui: uso di cocaina, fumo, alcool, sesso, sempre fedele nelle entrate e nelle
uscite dalle carceri, e anche nello straziante dolore per la perdita di mio padre.
Venti giorni prima, al telefono, la mia anziana madre, 81 anni, invalida al cento per cento, assistita da una bra-
va badante nel paesino dove è nata, alle pendici dell'Etna, mi disse: "Sangue mio, se non ti sbrighi ad uscire non
mi vedrai, sono alla fine... ".
In quelle parole scivolò come un film in pochi attimi la mia vita con lei, e, l'impotenza di non poter fare niente
mi diede il colpo atroce che è certo fra le cause del malore nel 'cortile.
Dimesso, il giudice mi ha dato cinque giorni per andare a trovare la mia vecchietta, dalla gioia il mio povero
cuore si è ripreso ed è nuovamente con me, anche se purtroppo andrà per sempre a tre cilindri.
Grazie cuore mio. Hai superato le tante battaglie perse e le poche vinte della vita, ma al grido di dolore della mia
mammuzza hai rischiato il KO, già, l'amore di mamma...

                                                                                        G. M

          Continuano i “racconti di vita” del nostro “amico carcerato al don Bosco” ...
Il tonno
 
La mia vita è stata difficile, burrascosa come migliaia di altre. L’unica finestra di
serenità, dai sei agli otto anni. I miei giovani genitori emigrarono in alta Italia.
Temporaneamente fui affidato alle cure e al grande amore dei miei nonni pa-
terni. Ero il primo nipote, mi hanno dato il suo nome Giuseppe. In quegli anni
ero felice con niente; ancora oggi che ho 63 anni talvolta la sera, in cella, chiu-
do gli occhi e sento il profumo della zagara e il frastuono del mare. Mio non-
no esercitava da generazioni, il mestiere del pescatore, in particolare la pesca
al tonno. Quando era il periodo, mi portava con sé. Tutte quelle piccole bar-
che di legno colorate, tra il cielo e il mare. Calavano centinaia di metri di reti,
formando una grossa e lunga gabbia. Il tonno seguiva sempre la medesima rotta migratoria e di questo i
pescatori prendevano il vantaggio.
I grossi pesci entravano dentro la camera della morte, uno dietro l’altro, muovendosi sempre in girotondo,
vicino alle porte della rete in cerca di una fuga, sempre in cerchi più piccoli, man mano che la rete si stringe-
va, a pelo d’acqua venivano arpionati.
Da anni sono in carcere, sorrido amaramente quando assieme ai miei compagni di sventura andiamo al
“passeggio”, formato da una grossa gabbia di cemento, e proprio come i tonni camminiamo tutti in fila vici-
no al muro, in girotondo, come nella tonnara. Quella mattina di fine maggio 2016, come sempre giravo in
tondo, avevo rischiato di essere arpionato da un infarto (angioplastica coronarica), sono riuscito a svincolar-
mi, anche se il prezzo da pagare è stato alto, infatti andrò per sempre a tre cilindri. Un paio di mesi dopo,
dieci settembre, una seconda arpionata, molto dolorosa. La mia mammuzza, affetta da grave patologia,
dopo un mese di sofferenza nel reparto di terapia intensiva, volava in cielo. Padre Pio, di cui era devota,
non era riuscito a mantenere la promessa di tenerla in vita, fino alla mia scarcerazione. A seguito di queste
arpionate, nuotavo con affanno, il mese dopo 18 ottobre, il mio figlio 27enne Mattia veniva investito da
un treno mentre attraversava i binari della stazione. Ho detto: “ora basta” il troppo è troppo, volevo essere
arpionato a morte. Mi sono messo a pancia all’aria, a pelo d’acqua mi sono avvicinato alla prima barca.
Strano i due pescatori non avevano l’arpione. Uno mi prese per la coda, l’altro per le branchie e delicata-
mente mi hanno fatto scivolare dall’altra parte della barca in mare aperto. Al mio “perché?” uno di loro
con voce cattiva:
-per due volte ti sei preso gioco di me, ora morirai un po’ per tutti i giorni che ti riman-
gono, la mia vendetta non sentirai più chiamarti “Papà!”
Passano gli anni, cancelli che si aprono e si chiudono, in questi mesi un freddo che frusta il viso e specie le
labbra, sempre in girotondo nella gabbia. Volevo una vita da uomo, vivo una vita da tonno e destino vuo-
le che non venga arpionato.
G. M.

 

 

 

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